L’etichetta delle cose

Sono già passati nove anni da “Mine Vaganti”, ma se per la tecnologia un quasi decennio corrisponde ad una rivoluzione epocale, dal punto di vista della mentalità il passaggio è più lungo, lento e difficile e bisogna che ci si consideri fortunati se la situazione sia rimasta “stabile” e non ci siano stati- non tanto progressi, quanto- regressi. L’omosessualità è sempre un tema difficile da affrontare e da accettare nella nostra società- lo era ai tempi di Oscar Wilde, a quelli di Sandro Penna e di Umberto Saba, lo è oggigiorno, nel 2019- motivo per cui una pellicola cinematografica del 2010, quale, quella del regista turco-italiota Ferzan Ozpetek, può ancora considerarsi freschissima ed attualissima.

“Mine Vaganti” è lo stemma del disagio esistenziale del diverso che non può esprimere sestesso e la propria identità senza essere additato, giudicato, isolato, marchiato e discriminato in vari modi nella nostra realtà contemporanea. Al di là di ogni perbenismo ed ipocrisia riflette l’urgenza, ancora tanto necessaria, di educare le coscienze al rispetto della dignità umana, concetto tanto estraneo alla nostra razza, nonostante i diversi progressi epocali.

Si tratta della storia diTommaso, studente universitario fuori sede, di origini pugliesi, che adduce il motivo di studio come alibi alla sua reale identità e che a Roma conduce una vita parallela della quale la sua famiglia, piuttosto tradizionalista e conservatrice, è del tutto all’oscuro. In occasione, però, della cessione in eredità della storica attività familiare- un pastificio nel Salento- si ritrova di fronte ad un bivio: accettare passivamente, rinunciando a se stesso e alla sua felicità per non affrontare la famiglia, oppure fare outing, assumendosi tutti i rischi e le responsabilità che ne derivano?!?Opterebbe per la seconda possibilità, se non fosse che durante una cena di famiglia il fratello primogenito, Antonio, lo anticipa e per questo viene cacciato di casa e provoca  al padre, Vincenzo, un infarto per il trauma ed il dispiacere.

La pellicola prosegue, denunciando bene tutti i vizi di una società corrotta molto più dedita all’apparenza che all’essenza delle cose. Lo stesso Vincenzo, infatti, si sente disonorato dall’omosessualità del figlio che non porterà avanti la specie e il suo cognome, in nome di quella famiglia che tanto onora come principio morale, da avere l’amante, sotto gli occhi di una moglie ben consapevole, ma passivamente omertosa per quieto vivere e per salvare quelle apparenze che costituiscono il fulcro del perbenismo italiano.

 È una morale disfattista quella che emerge da “MineVaganti”- per quanto commedia all’italiana- crudo affresco di un oggi putrido, eppure ancora, così difficile da debellare perché si guarda sempre all’etichetta delle cose, piuttosto che alla sostanza.

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